Da Grande di Alessandro Cattelan su Rai 1: ascolti e critica lo hanno bocciato. La lezione che il conduttore probabilmente ancora non ha imparato.

Caro Alessandro Cattelan, nel primo promo di Da Grande, ispirandoti alla sigla di Mr. Bean, atterravi su Rai 1 spiaccicandoti violentemente al suolo per poi rialzarti con difficoltà e con dolori sparsi da tutte le parti, andando via claudicante e lamentandoti per il dolore. Quel promo è la prova evidente che ben sapevi a cosa andavi incontro con il tuo esordio in prima serata su Rai 1.

Gli ascolti delle due puntate sono stati disastrosi: il 19 settembre hai totalizzato il 12.67% di share (2.376.000 telespettatori) e il 26 settembre hai persino peggiorato, facendo il 12% (2.196.000 telespettatori). Dopo la seconda puntata suona come una beffa l’aver fatto cenno alla concomitanza della prima puntata con la finale europea di pallavolo maschile vinta dall’Italia che avrebbe tolto chissà quanti telespettatori al programma. Caro Alessandro Cattelan, Da Grande aveva tanti limiti e sono emersi tutti. Gli eccessi di personalizzazione riferiti al tuo debutto in Rai, la scrittura incerta e poco efficace che ha avuto nei tuoi monologhi il picco verso il basso. La vagonata di ospiti con cui non sei riuscito a creare momenti di tv indimenticabili. Personalmente salvo solo i due spazi al tavolo con Luca Argentero e Serena Rossi. Due lampi in quasi 6 ore di show. Già, lo show. Tutto ciò che nel programma di SkyUno E poi c’è Cattelan sembrava un’idea centrata, in Da Grande è sembrato un estenuante già visto, solo più lungo e noioso. I giochini in cui hai cercato di coinvolgere ospiti come Marco Mengoni, Luca Argentero e Raoul Bova sono stati divertenti come una multa trovata sotto il tergicristallo dell’auto. Le incursioni nello studio vuoto di È sempre mezzogiorno di Antonella Clerici hanno mostrato la carenza strutturale di idee del programma. La quasi mezz’ora di storia delle boy band con Il Volo ha ammazzato la prima parte della prima puntata e l’idea che mi sono fatto è che abbia indirizzato verso il cambio di canale molti telespettatori che non sono mai più tornati. Caro Alessandro Cattelan, se è vero che la tua è stata una conduzione ipercinetica che si è auto-alimentata cantando, ballando, recitando nei mini sketch, monologando, intervistando e giocando è anche vero che non è bastata a dare una continuità di ritmo e di brillantezza a tutti i blocchi del programma. L’unica nota positiva di Da Grande è che ti ha fatto rompere il ghiaccio con la difficilissima realtà di Rai 1 e che se, come credo e ritengo giusto, ti verranno date altre occasioni non dovrai ripartire da sottozero. Riguardo a Rai 1, se Da Grande è davvero il primo passo per intraprendere lo svecchiamento della rete, allora un piccolo ma significativo obiettivo si può dire che è stato raggiunto. Caro Alessandro Cattelan, sono tra quelli che ti ha criticato dopo aver visto le due puntate e che ti ha criticato perché sei scappato dalla sfida del sabato sera. Ma sono anche tra quelli che al momento dell’annuncio del tuo “atterraggio” su Rai 1, ha nutrito la sincera speranza di vedere qualcosa di nuovo, interessante, divertente e coinvolgente. In tal senso tu e Da Grande mi avete molto deluso. Così come mi ha molto deluso il modo in cui hai chiuso questa esperienza concedandoti dal pubblico con il monologo sulle critiche che hai ricevuto: “Le pernacchie sono aria”. Un finale decisamente poco allegro, al limite del “rosicamento” e lontano dal tuo inno alla spensieratezza e dallo spirito del programma. Caro Alessandro Cattelan, le critiche aiutano a crescere è così che si diventa grandi. Una lezione che come conduttore di Da Grande dovresti imparare.

L’ultima grande idea di Amadeus: un concertone con le hit degli anni ’60, ’70 e ’80 dell’altro secolo.

L’ultima “grande” idea di Amadeus, colui che viene osannato come il nuovo genio di Rai 1, è il “concertone” Arena Suzuki ’60 ’70 ’80, ovvero, una macedonia musicale di vecchie hit degli anni d’oro della musica pop. L’ effetto macedonia non sta solo nella incalzante playlist con relativi cantanti stagionati ma anche e soprattutto nel già visto e rivisto in decine di altri programmi come il Festivalbar, L’anno che verrà, I migliori anni, 50 canzonissime, Sapore di mare, La notte vola.

Questa “grande” idea di Amadeus, ieri è andata in onda nel sabato sera di Rai 1 di inizio autunno e non nel bel mezzo dell’estate dove tutto questo già visto e rivisto avrebbe avuto un minimo di senso. A me capita ogni tanto di rispolverare i CD con le compilation degli Anni ’80, gli anni dei miei vent’anni. Lo vivo come un momento non nostalgico ma di spensierata evasione accompagnata da ritmi che mi suonano familiari ma che nello stesso tempo dopo una ventina di minuti mi fanno dire “vabbè mo’ basta” per poi farmi precipitare su Spotify ad ascoltare Dua Lipa. Così, quando ieri su Rai 1 i nonni di Sandy Marton e Samantha Fox si dimenavano goffamente e in playback al ritmo di People from Ibiza e Touche me, ho avuto un moto di tristezza e guardando la mia pancia ed i miei capelli ingrigiti ho cambiato canale perché 3 ore di quella roba non avrei potuto reggerla. Potreste dirmi che la mia reazione ha a che fare con il non sentirmi a mio agio con l’età che sto vivendo ed io vi risponderei che proprio perché sto vivendo al meglio la mia età di oggi voglio accompagnarla con una colonna sonora musicale attuale. Ma la cosa più negativa che registro dopo aver visto Arena Suzuki ’60 ’70 ’80 è che dopo il successo della direzione artistica e della conduzione di due Festival di Sanremo (di cui uno in piena pandemia e senza pubblico in sala), Amadeus sembra essere il nuovo intoccabile punto di riferimento degli show musicali di Rai 1. A creare il mito di Amadeus ha contribuito anche la vittoria dei Måneskin, all’Eurovision Song Contest (dopo il trionfo sanremese) ed il conseguente loro successo mondiale. Tutto ciò dovrebbe farmi stare zitto e buono ma io sono fuori di testa e diverso da coloro che si accontentano di una Rai senza un’idea televisiva nuova per gli show del sabato sera. I dati di ascolto danno ragione a Rai 1 e ad Amadeus che nella prima puntata ha portato a casa il 21.9% di share facendo calare sensibilmente il competitor Tu sì que vales di Canale 5 al 23.9% di share, mentre di solito vola tra il 27% e il 29% di share. Me ne devo fare una ragione: mi sono immerso troppo nel terzo millennio per capire le “grandi” idee di Amadeus e di Rai 1.

Il direttore di Rai 1 Stefano Coletta e quel “tranquillamente” sugli ascolti di Da Grande con Alessandro Cattelan

Il direttore di Rai 1 Stefano Coletta dice che Da Grande condotto da Alessandro Cattelan, senza concomitanza con la vittoria all’Europeo dell’Italvolley maschile, avrebbe potuto fare “tranquillamente il 16%”.
Quindi domenica prossima lo farà tranquillamente oppure farà molto di più? No perché se l’Italvolley ha tolto a Da Grande solo il 3.5% di share è lecito aspettarsi da un programma di così alto livello produttivo, uno scatto d’orgoglio per zittire chi lo ha criticato puntando a raddoppiare quei 3.5 punti di share e fare il 19.5%.
La domanda è: se però la seconda e ultima puntata di Da Grande dovesse fare tra il 14% ed il 15% di share in assenza di concomitanza con una finale sportiva con l’Italia vincente, il direttore di Rai 1 dovrebbe tranquillamente dimettersi, sì o no?

Da Grande di Alessandro Cattelan su Rai 1: la fuga dal sabato sera si è rivelata un boomerang.

Caro Alessandro Cattelan, che sarebbe stato un esordio difficile per te quello su Rai 1 lo sapevi: che sarebbe diventato un incubo non potevi immaginarlo. La prima delle due puntata di Da Grande ha totalizzato un disastroso 12.67% di share. Il programma concorrente si Canale 5, Scherzi a parte condotto da Enrico Papi ha fatto il 15.21% di share.

Entrambi avete di certo risentito della presenza su Rai 3 della finale del campionato europeo maschile di pallavolo vinta dall’Italia e con uno share adeguato (15.84%). Tu in diretta hai fatto i complimenti all’Italvolley e li hai invitati alla prossima puntata e lo hai detto chiaramente anche per compensare i punti di share che questa vittoria ti ha tolto. Una semplice domanda però devo fartela: è tutta colpa della finale europea di pallavolo se tu hai portato a casa di Rai 1 il 12.67% di share? Direi di no. Per essere considerato un buon risultato avresti dovuto fare almeno il 19% di share. Non è pensabile che la finale di pallavolo su Rai 3 abbia tolto 7 punti di share ad un mega show di Rai 1. La riprova è che Scherzi a parte è calato dopo la prima puntata dal 21.3% al 15.21% ma i 6 punti non può averli persi tutti per colpa della pallavolo anche perché stavolta c’eri tu a togliergli qualcosa. Quindi i numeri dicono che il tuo Da Grande è partito troppo basso mentre Scherzi a parte ha potuto contenere la perdita perché partiva da più in alto. Domenica prossima vedremo quanto recupererai. È evidente però che la scelta di fuggire dal confronto del sabato sera con Tu sì que vales che ha esordito con il 27% di share, si è rivelata un boomerang. Farsi doppiare negli ascolti da uno show che viaggia intorno al 30% da anni sarebbe stato tecnicamente comprensibile. Arrivare al terzo posto nella serata di domenica a -3 punti di share dal competitor diretto sulla carta decisamente alla portata di uno show come Da Grande, è una dura sconfitta a prescindere dall’evento sportivo in concomitanza. Il mio commento alla tua prima puntata l’ho scritto in un post e in live tweeting. Per me è stato uno show al di sotto delle aspettative soprattutto nella prima parte, ovvero, un’ora di show insoddisfacente che credo abbia fatto cambiare canale a molti telespettatori. I bilanci però si fanno alla fine. Certo, risalire dal 12.67% di share fino a quel 19% di share che darebbe un senso all’investimento straordinario fatto dalla Rai è probabilmente una impresa impossibile. Ma tu e tutto il gruppo di lavoro di Da Grande avete il dovere non solo di risalire negli ascolti ma anche e soprattutto di riorganizzare lo show in tutte le parti che non hanno funzionato e sono tante. Se la seconda puntata sarà sufficientemente interessante per tutte le 2 ore e mezza di show, il tuo debutto in Rai non potrà essere completamente bocciato. Sei “una giovane promessa” su cui la Rai ha deciso di investire molto e che non può essere messa da parte al primo flop anche se il primo flop è stato un grande investimento. Aver varcato il portone di Viale Mazzini 14 è stato il tuo Rubicone. Per il momento puoi dire “Veni e vidi”. Ora tu e la Rai dovete lavorare sul “vici”.

Un’altra telestagione estiva di repliche Rai: e non mi venite a dire che serve per salvare il bilancio.

È stata l’estate dell’Italia campione d’Europa nel calcio e delle 40 medaglie vinte dall’Italia all’Olimpiade di Tokyo. È stata l’estate di Orietta Berti e Fedez in testa alle classifiche con Mille e di molti altri bruttissimi tormentoni musicali. È stata l’estate del ritorno dei talebani alla guida dell’Afghanistan e del tragico ritiro delle truppe americane da Kabul. È stata l’estate del green pass. È stata l’ennesima estate televisiva spenta, senza alcuna novità.

Aspettarsi qualcosa di nuovo dalla programmazione televisiva estiva è ormai, da anni, un’utopia. A cominciare dalla Rai. Una “responsabile di Rai Pubblicità” (che ho prontamente bloccato insieme a certi suoi amichetti televip) è venuta a spiegarmi che fare televisione costa ed è per questo che la Rai manda in onda così tante repliche e non investe in programmi da offrire in estate in prima visione. Il nuovo amministratore delegato Carlo Fuortes, appena insediato, ha detto che la Rai negli ultimi tre anni ha avuto un deficit di 300 milioni di euro, roba da portare i libri in tribunale entro tre o quattro anni. Quindi vorrei dire a quella tipa di Rai Pubblicità: a cosa è servito negli ultimi tre anni risparmiare sulla programmazione estiva? E ancora: i tanto strombazzati risultati di Rai Pubblicità in occasione dei grandi eventi televisivi come il Festival di Sanremo, servono solo a ripagare gli investimenti del singolo evento? E, ultimo ma non ultimo: non si può risparmiare sui costi dell’acquisto di certi format, sui costi di produzione di programmi che fanno flop e sugli ingaggi di certi conduttori, al fine di garantire programmi in prima visione tutto l’anno? Una gestione finanziaria virtuosa si deve poter raggiungere anche con dei palinsesti estivi per la maggior parte in prima visione. Tocca alla nuova governance raggiungere questo obiettivo. Sperarlo è l’unica cosa che può fare l’abbonato che critica la Rai ma le vuole bene.

La fuga di Alessandro Cattelan dallo scontro del sabato sera contro Tu sì que vales

Caro Alessandro Cattelan, nel promo di “Da grande” atterri su Rai 1 alla Mr. Bean. Un atterraggio tutt’altro che morbido da cui ti rialzi dolorante. Chi conosce il tuo stile sa che in quel promo hai messo tutta l’ironia di cui disponi per sottolineare che sono in molti ad aspettarsi il tuo fallimento all’esordio su Rai 1 con un tuo show in prima serata. Io non sono tra quelli che sperano in un tuo fallimento.

Sono tra quelli che sanno quanto sarà difficile che tu faccia il pieno di ascolti in Rai ma che sperano che gli ascolti saranno sufficienti per allungarti la vita come conduttore Rai. Ho la speranza che con te inizi un nuovo corso di conduttori e di show in prima serata su Rai 1. Era di questo avviso l’ex amministratore delegato Rai Fabrizio Salini che ti ha fortemente voluto e che non godrà di un tuo eventuale successo ma di certo si vedrà addebitato l’eventuale insuccesso. L’esperimento “Cattelan in prima serata su Rai 1” per il momento durerà solo due puntate piazzate strategicamente tra la fine della stagione estiva e l’inizio della stagione autunnale. Anche questa è stata una scelta per fare in modo che il tuo “atterraggio su Rai 1” sia il meno “doloroso” possibile. La mia speranza in te riposta per un futuro migliore dei prime time di Rai 1 mi porta persino a far finta di non sapere che il ricchissimo cast di ospiti di “Da grande” sembra, si dice, pare (fonte davidemaggio.it) sarà fornito dalla potente agenzia Friends & Partners, in piena continuità con le logiche produttive Rai che tanto fanno discutere. Su una cosa però ti sono decisamente contro, ovvero, la rinuncia ad andare in onda il sabato sera, come inizialmente previsto, contro Tu sì que vales, la corazzata di Canale 5 vincitrice negli ultimi anni di tutte le sfide contro i programmi di Rai 1. Capisco che il tuo difficile esordio sulla Rai debba essere tutelato il più possibile ma così il rischio diventa doppio. Andrai in onda di domenica sera il 19 ed 26 settembre. La stagione tv sarà solo all’inizio e la concorrenza è limitatissima. Non ti confronterai nemmeno con Fabio Fazio che inizia ad ottobre. Quindi? Niente scontro con Tu sì que vales al sabato e niente concorrenza la domenica vuol dire che dovrai fare il pieno di ascolti senza giustificazioni. Affrontare con il tuo grande e costoso show la sfida del sabato sera era il minimo sindacale che si poteva chiedere a chi come te deve dimostrare di essere un conduttore top player anche per il pubblico nazional-popolare e non solo per la nicchia. Fuggire dal sabato sera vuol dire avere già perso la prima sfida del tuo esordio in Rai. Non ti rimane che fare almeno il 25% di share di domenica per giustificare la fuga dal sabato sera. E ti ricordo che io sono uno di quelli che spera in un tuo successo. Pensa cosa scriveranno gli altri se falliRai.

Estate 2021: c’è ancora la pandemia da Covid-19 e Rai 1 la domenica pomeriggio trasmette le repliche di Domenica In anziché offrire programmi in prima visione a chi ha scelto di restare a casa.

Caro direttore di Rai 1 Stefano Coletta, ieri ho pubblicato il seguente tweet:

“Rai 1 in estate propone programmi in prima visione nel daytime del mattino e del pomeriggio. La domenica pomeriggio invece trasmette pezzi di #domenicain in replica. Perché non realizzare una Domenica In Estate con una conduttrice ed ospiti giovani?”.

Mi ha risposto una certa Celestina Pistillo che su LinkedIn risulta essere “Branded Content Development ed Eventi Sponsorizzati (radio, tv, digital) – Responsabile presso Rai Pubblicità”.

Questa Pistillo mi fa la seguente lezioncina:

“Forse perché realizzare dei programmi ha un costo e bisogna fare delle scelte perché il budget di una rete non è illimitato. Detto questo un tempo c’erano solo repliche. Tutti i giorni, tutto il giorno. Varrebbe la pena non commentare sempre in negativo e per sottrazione”.

Caro direttore di Rai 1 Stefano Coletta, credere che io non sappia che fare tv costa tanti soldi è semplicemente ridicolo. Ma lo è ancor di più che una “responsabile” di Rai Pubblicità venga a scassare la uallera ad un abbonato nonché blogger tv considerando quel mio tweet un commento “in negativo e per sottrazione”.
Certi professionisti evidentemente si credono intoccabili e meritano soltanto di essere bloccati (come ho fatto) perché, è un mio sentire, fanno solo un danno alla azienda per cui lavorano.

Caro direttore di Rai 1 Stefano Coletta, il mio era un tweet propositivo. La pandemia da Covid-19 è ancora tra noi e ci sono alcuni milioni di italiani che trascorrono la domenica pomeriggio in casa per tanti motivi. Sono quasi certamente gli stessi che hanno trascorso l’autunno e l’inverno prevalentemente in casa e che, visti i grandi ascolti, hanno probabilmente già visto tutte le Domeniche In di nonna-bis Mara Venier che Rai 1 sta loro riproponendo anche in estate.

Mi sono chiesto, perché non offrire a questo pubblico qualcosa di nuovo, di originale, in prima visione? Che la professionista di Rai Pubblicità mi venga a fare la maestrina su quanto costerebbe un programma estivo da trasmettere la domenica pomeriggio, mi fa pensare che se è Rai Pubblicità a decidere su cosa la Rai deve investire (in estate ad esempio), allora la Rai non ha solo il problema della dipendenza dalla politica ma ha anche il problema di pensare più come una tv commerciale che come un servizio pubblico.

Caro direttore di Rai 1 Stefano Coletta, se come credo verrai riconfermato dal nuovo CdA Rai, mi auguro di vedere la prossima estate su Rai 1 la domenica pomeriggio un programma in prima visione. Un po’ dei soldi necessari per produrlo io li troverei non rinnovando i contratti ad un po’ di responsabili di Rai Pubblicità.

Rai Sport: ok i giornalisti interni ce li dobbiamo tenere fino alla pensione ma almeno si potrebbe lavorare sulla scelta dei collaboratori esterni per averne di migliori?

Caro direttore di Rai Sport Auro Bulbarelli, in tutta la Rai ministeriale spicca per incapacità di rinnovarsi la testata sportiva che dovrebbe brillare per dinamismo e adeguamento ai linguaggi e ai tempi che anche il giornalismo sportivo dovrebbe raccontare. Rai Sport soffre di una lunga ed inesorabile corsa all’involuzione aggravata da una inamovibilità strutturale ad esclusione delle carriere e degli scatti di carriera di cui giustamente usufruite come ogni altro ministeriale.

Da quando la concorrenza nel libero mercato dei diritti televisivi vi ha messo in un angolo, le condizioni in cui versa Rai Sport si notano solo nelle ormai rare volte in cui vi capita di avere dei grandi eventi sportivi da raccontare. I vostri competitor nei 365 giorni televisivi non hanno un minuto di pausa perché devono raccontare minuto per minuto il campionato di calcio di Serie A, la Champions League, la Europa League, la Formula 1 e la MotoGp. Voi di pause invece ne avete da vendere e quando riuscite ad acquistare i diritti di un evento come il Campionato europeo di calcio 2020, mi aspetto che le tante energie accumulate vi facciano emergere come una grande testata giornalistica con una tradizione di eccellenza. Ma puntualmente riuscite a deludere ogni mia più ottimistica aspettativa.

Caro direttore di Rai Sport Auro Bulbarelli, la responsabilità del livello raggiunto da Rai Sport non è certo tua. Prima di te, decine e decine di direttori della Rai ministeriale non hanno saputo rilanciare la testata. Quello che da telespettatore appassionato di sport mi lascia perplesso seguendo il racconto che state facendo degli Europei di calcio, non è tanto vedere all’opera i dipendenti Rai inamovibili fino alla pensione come Enrico Varriale, Alessandro Antinelli, Sabrina Gandolfi, Paola Ferrari, Simona Rolandi e, ultimo ma ultimo, Marco Lollobrigida.

Quello di cui non riesco a capacitarmi è che la dirigenza Rai non scelga almeno dei collaboratori esterni che facciano fare alla testata un salto non dico nel futuro ma almeno nel presente. Caro direttore di Rai Sport Auro Bulbarelli, da abbonato Rai sto vivendo una situazione kafkiana nel tentativo di seguire gli Europei di calcio sulla Rai. I programmi in studio sono di una noia e di un vecchiume indescrivibile e a ciò contribuiscono in maniera significativa “gli esterni” come Marco Tardelli, Domenico Marocchino, Luca Toni, Alessandro Altobelli, Claudio Marchisio che sembrano usciti da un museo delle cere più dei giornalisti ministeriali Rai. Ma è sulle telecronache che il mio grido diventa un grido di dolore perché farei già fatica a seguirle attraverso il racconto delle prime voci di Rai Sport ma mi diventa impossibile seguirle a causa soprattutto dei contributi delle seconde voci, ovvero, i collaboratori esterni che dovrebbero fare la differenza in meglio. Così non è.

La seconda voce Antonio Di Gennaro, accoppiato ad Alberto Rimedio per la telecronaca delle partite della Nazionale, è quanto di più anonimo si possa ascoltare in riferimento al calcio. La seconda voce Bruno Giordano, accoppiato a Giacomo Capuano, è la quintessenza dell’insignificanza contenutistica. I suoi momenti migliori sono quando riesce a ripetere per filo e per segno una azione che abbiamo appena finito di vedere. Spesso però non gli riesce nemmeno quello perché, nel tempo che lui impiega per raccontare quello che abbiamo appena visto, i calciatori sviluppano almeno altre due azioni decisamente più interessanti non fosse altro che sono in itinere e non passate. La coppia Dario Di Gennaro e Andrea Agostinelli riesce a farmi venire il mal di testa anche se la ascolto solo per un minuto vista la densità e la velocità delle frasi che riescono a pronunciare in quel piccolo spazio che diventa lunghissimo se hai l’ardire di tentare di resistere ad ascoltarli. Della coppia Luca De Capitani-Manuel Pasqual posso solo dire che il sonno che ti fanno venire è una certezza.

Caro direttore di Rai Sport Auro Bulbarelli, ma c’è una coppia la cui seconda voce mi indispone al punto di costringermi a rinunciare a seguire le partite di squadre di alto livello come Germania, Francia e Portogallo: è Katia Serra che avete affiancato a Stefano Bizzotto. L’unica seconda voce femminile si distingue perché parla, parla, parla, distraendomi dalla partita. Lei non può fare a meno di invadere la telecronaca in modo debordante come se stesse parlando in un talkshow e non durante un evento sportivo in diretta. La pagate per il numero di parole che dice? Katia Serra, è un mio sentire, non è la “novità femminile” che fa la differenza con le pessime seconde voci maschili. Il senso della misura dovrebbe essere la prima qualità di chi fa la seconda voce durante una telecronaca sportiva e lei invece non ha nessuna misura: è troppo quello che dice, è troppo come lo dice, è troppo il tono da professoressa che usa.

Caro direttore di Rai Sport Auro Bulbarelli, guardando Euro2020 la situazione di Rai Sport è sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti. Non siete capaci di fare un racconto moderno. Non c’è un’idea nuova. Non c’è storytelling. Sempre le stesse facce ministeriali. Sempre la stessa retorica del giornalismo sportivo del ‘900. E c’è sempre l’incapacità di cercare all’esterno le professionalità in grado di superare questa crisi strutturale della testata.

Da abbonato Rai mi chiedo cosa ho fatto di male per vedere ed ascoltare questi conduttori, telecronisti, seconde voci, commentatori, opinionisti, intervistatori e bordocampisti che Rai Sport ha schierato per raccontare il Campionato europeo di calcio Euro 2020.

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