Cosa mi resta del binge watching di 7 stagioni in 10 giorni di Californication

Caro ideatore e showrunner di Californication Tom Kapinos, ho stabilito il mio primo primato assoluto di binge watching guardando 7 stagioni in 10 giorni della tua serie Californication. Una serie che avevo del tutto ignorato quando è stata trasmessa in seconda serata in chiaro su Italia 1 e che ho divorato in qualità di abbonato Netflix Italia.

Sono felice di averla vista ora e con questa modalità perché secondo me Californication va vista tutta d’un fiato. E’ una serie da binge watching puro, di quelle che con i suoi alti e bassi non puoi mollare perché non solo vuoi vedere come va a finire ma resti avvinghiato nel turbinio delle storie e nelle psicologie dei personaggi al punto di sentirti in colpa se non ti presenti all’appello del passo successivo.

Le prime due stagioni ti sono venute proprio bene; direi un capolavoro di scrittura, di tratteggio e consolidamento dei personaggi, di ritmo, di colpi di scena, di gestione oculata delle provocazioni, di sviluppo della storia principale e di quelle dei singoli personaggi. La prima stagione risale al 2007 ma resiste in maniera impressionante al tempo televisivo. La regia è perfetta. Gli attori sono bravissimi. Il montaggio è tanto tecnico quanto artistico. I temi musicali originali firmati da Tyler Bates e Tree Adams sono molto belli; ho inserito il tema della sigla iniziale nella mia lista delle sigle tv più belle di sempre (al momento è anche la mia suoneria del cellulare un omaggio che prima d’ora avevo riservato solo alla serie Magnum P.I.). Già all’inizio della terza stagione c’è un evidente calo ma era troppo alto il livello di partenza delle prime due stagioni per mantenerlo.
Da quel momento in poi il calo della serie continua ma la tua bravura è stata quella di alimentare la narrazione con delle scintille che diventano fuochi d’artificio e che tengono in piedi il tutto, ripeto, con alti e bassi, fino all’84esimo episodio. Io, che sono molto esigente in tema di serie tv, al termine dell’ultima scena non ho più pensato agli alti e bassi o alla tua evidente esigenza di allungare il brodo con situazioni ripetitive e nuovi personaggi che non lasciano un segno indelebile. Al termine di Californication sono rimasto con la voglia di rivederla, di andare a cercare su Youtube i pezzi “storici”, di cercare la tracklist, di scoprire come e quanto si è parlato e scritto della serie. Al termine di Californication sono rimasto con l’insoddisfazione di essermi sparato troppo in fretta tutte le stagioni e non aver allungato il momento dell’addio ad una serie coraggiosa, unica, irripetibile, cult.
Californication va oltre la rappresentazione più nuda e più cruda del concetto di sesso, droga e rock and roll che si sia mai vista in tv.
Californication è un’opera di scrittura emozionale esagerata, violenta, spregiudicata, sfacciata, irriverente, sboccata, irrituale, puttanesca, autodistruttiva. Un’opera che sembra essere sfrenata ma il cui messaggio più forte è proprio quello che l’uomo ha la capacità di fermarsi ad un passo dal precipizio in cui sente di essere destinato a fiondarsi, il più ubriaco e fatto possibile. Caro ideatore e showrunner di Californication Tom Kapinos, ma dove hai fatto più centro che mai, è nella creazione dei due protagonisti assoluti Hank Moody e Karen Van Der Beek e nella scelta di David Duchovny e Natascha McElhone per interpretarli. Hank e Karen viaggiano per 84 episodi verso un lieto fine che il telespettatore desidera fin dalla loro prima inquadratura insieme; una ragnatela da cui è impossibile liberarsi nemmeno quando passi dall’amore sfrenato all’odio profondo per Karen perché da lei non ti aspetti che faccia quello che Hank fa a lei. E tu lo sai bene visto che poi viene fuori che non l’ha tradita con Eddie Nero perché gelosa della splendida Faith nel cui sguardo e passione per Hank si rivede. La idealizzazione di Karen è inevitabile. E’ il punto fondamentale della storia d’amore con Hank che solo la location californiana fa sembrare lontana da qualsiasi persona al mondo che abbia avuto la meravigliosa, dolorosissima, fortuna di vivere una storia d’amore tormentata e magari pure senza lieto fine.
Non hai mai fumato nemmeno una nazionale senza filtro, non hai mai avuto lontanamente idea di cosa significa vivere avventure di sesso compulsivo, non hai la Porsche, non fai venire voglia ad una donna di venire a letto con te solo con uno sguardo, non hai il dono di essere adorato anche se sei un grandissimo stronzo, non bevi nemmeno la schiuma dello spumante a Capodanno, non hai un talento artistico, non vivi ogni giorno come fosse l’ultimo, eppure, attraverso Californication, puoi vivere la lancinante esperienza di “identificazione autobiografica” di aver vissuto una storia d’amore come quella di Hank con Karen. Caro ideatore e showrunner di Californication Tom Kapinos, un trucco vecchio come il mondo ma che con me ha funzionato alla perfezione. Ed è alla mia Karen e alla nostra storia senza lieto fine (per fortuna!) che dedico questo lacrimevole post. Con in testa il para pa ppa della sigla di Californication, però.
Para pa ppa!

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