Una parola di troppo: la televisione vecchia bacucca

La televisione italiana è piena di format vecchi che vanno in onda e di format in naftalina pronti a ritornare in onda nei momenti più tristi di carestia creativa. In questo caso parliamo di un game show andato in onda per la prima volta sulla emittente britannica ITV nel 1988 con il titolo originale di “Lingo”. Un programma che ha già avuto anche una edizione italiana condotta da TiberioTimperi su Canale 5 nel 1992-1993 quando i palinsesti della ammiraglia Fininvest erano pieni zeppi di giochi, giochini e giochetti. Quei 29 anni sul groppone, “Una parola di troppo” li mostra tutti. Non basta una scenografia moderna per cancellare tutto quello che non va, a cominciare dalla conduzione di Giancarlo Magalli: piatta, incapace di lasciare il segno. Sembra incredibile, ma il brillante Magalli non riesce a dare al “giochino” quel minimo di brio che dovrebbe svegliare il telespettatore dalla noia. La serietà del conduttore dovrebbe sposarsi con la sostanza culturale del gioco che di culturale ha ben poco. A chi ha incredibilmente accostato questo programma a Parola Mia di Luciano Rispoli ha risposto in maniera definitiva Aldo Grasso:


“«Parola mia» il programma di Luciano Rispoli, con il prof. Gianluigi Beccaria e Anna Carlucci (la meglio delle tre sorelle). Era tutto un altro gioco, un altro apprendere. I concorrenti in studio dovevano rispondere a domande sul significato, sulla provenienza o sulla derivazione di alcune parole italiane, dovevano essere in grado di scrivere brevi componimenti su un tema particolare o realizzare uno slogan, inventare una storia o creare un fumetto. Il premio non consisteva in gettoni d’oro o viaggi, ma in tanti «buoni libri». E il prof. Beccaria introduceva gli spettatori nel mondo magico delle parole. Era così difficile riproporre «Parola mia» adattata ai nostri tempi? I budget sono così ridotti? Qui si regalano gettoni d’oro, il vocabolario Treccani e le orrende calzine magalline. E non dico altro”.
(da “A fil di rete” di Aldo Grasso su corriere.it del 4/11/21).

La domanda che mi faccio è la stessa che si pone Aldo Grasso alla quale ne aggiungo una da abbonato Rai: il format di Parola Mia è della Rai? Se lo è, perché non riproporre quello anziché acquistare un format di una società esterna?

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