Nove parole di David Letterman sulla crisi

Caro David Letterman, da quando Rai 5 ha avuto la pessima idea di spostarti alle ore 19 ti seguo con meno continuità. L’orario delle 21.10 era perfetto ma la perfezione non di questa Rai; nemmeno della sua rete migliore (a pari merito con Rai Movie e Rai News). Ieri avevi ospite Charlize Theron e non me la sarei persa nemmeno se contemporaneamente Emilio Fede avesse dato le dimissioni da direttore del Tg4. Il tuo monologo iniziale è stato come sempre ricchissimo, ironico, tagliente, sarcastico. Ad un certo punto hai parlato dell’atmosfera natalizia che si respira nelle strade di New York ed hai ricordato i tempi in cui si potevano mettere degli spiccioli nel barattolo di un mendicante e lui ti rispondeva: “Grazie! Mi hai rovinato la zuppa!”. E la tua chiusura perfetta della battuta: “Ora non più”. Caro David Letterman, con nove parole ci hai ricordato che gli Stati Uniti non se la passano meglio di noi in questo periodo di crisi economica. Con nove parole ci hai ricordato che la bolla speculativa di oggi è figlia legittima di quella esplosa nel 2008 proprio negli Stati Uniti a causa della truffa dei titoli subprime e del fallimento della banca d’affari Lehman Brothers. Con nove parole ci hai ricordato che ad agosto il presidente Usa Barack Obama ha dovuto aspettare il voto del Congresso dell’ultimo secondo per poter spostare la soglia del debito pubblico americano e non fallire. Con nove parole ci hai ricordato che buona parte del debito pubblico americano è in mano alla Cina. Caro David Letterman, con le tue nove parole di quella battuta hai ricordato al mondo che uno slogan come “Yes we can” si è rivelato solo uno slogan. Obama è stato tuo ospite, non nascondi una certa preferenza per lui, ma non manchi mai di colpirlo con le tue battute più severe. Quella di ieri l’ho trovata una battuta durissima per un presidente democratico che avrebbe dovuto cambiare gli Stati Uniti soprattutto riguardo la condizione delle fasce più deboli di cittadini (“change” era una delle parole d’ordine della sua campagna elettorale). Ma poi è entrata nel tuo studio Charlize Theron e per dieci minuti quella tua battuta fatta di nove parole è svanita insieme a tutti i significati sottintesi che io ci ho letto. Sono stati i soliti dieci minuti ben condotti, spiritosi, interessanti, non banali, che ti vedono dialogare sempre con la stessa naturalezza e senza ossequiose smancerie con il tuo ospite, si tratti di un divo del cinema,  di uno scrittore, di una medaglia d’oro del Congresso, di un comico, di un rappresentante di una organizzazione umanitaria o di un presidente degli Stati Uniti,  E come sempre mi accade quando vedo il tuo distacco davanti alle star, vengo aggredito dal fastidioso pensiero del confronto con un conduttore della tv italiana che ogni sabato e domenica si produce in balbettii, sospiri e aggettivi strabiliati, sommerso dagli applausi del suo pubblico in studio, mentre la star di turno ride divertita da tanto provincialismo televisivo. Quando riuscirà ad imparare qualcosa da te sarà sempre troppo tardi.

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